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Fra Portofosco e Cekin, lungo la strada che i carri fanno in tre giorni, c'è un borgo di seicento abitanti con una piazza sproporzionata. Due volte l'anno quella piazza si riempie, e Totenmark diventa per una settimana il posto più importante del sud di Solastra.
Ci si vendono combattenti.
Il collare#
Non è una catena e non è una marchiatura: è un anello di cuoio con una targhetta di ottone, e la targhetta porta il numero del contratto.
Perché il punto è quello. A Totenmark non si vendono persone — la schiavitù, in Solastra, è illegale da quattrocento anni. Si cedono contratti d'arena: il debito che un combattente ha con la casa che lo gestisce, con gli incontri residui, passa a un'altra casa dietro pagamento. Il combattente segue il debito.
Il collare dice a chi lo porta quanti incontri gli restano. È l'unico documento che abbia con sé, e non può leggerlo.
Il notaio#
Il borgo ha un notaio, e nella settimana di mercato ne arrivano altri tre dalle città. Ogni cessione viene registrata, bollata e archiviata, e le copie vanno alla pretura di Alben Sol.
È questa la ragione per cui il mercato sta in un borgo e non in una città: non per nascondersi — non c'è niente da nascondere — ma perché in un borgo l'affitto della piazza costa poco e la pretura è lontana abbastanza da non farsi vedere.
Il nome#
Non è solastriano. Nessuno, a Totenmark, sa dire da dove venga, e gli eruditi che se ne sono occupati hanno proposto tre etimologie diverse, tutte sgradevoli.