In questa pagina
Il nome è quello che gli dava la gente del posto, e per un secolo è stato esatto: un fortino di confine costruito quando il confine passava di lì, svuotato quando il confine si è spostato, e lasciato alla campagna.
Un blocco di pietra squadrato, mura di tre metri, una torre su un lato, l'ingresso da sud. Nella campagna orientale di Solastra si vede da lontano perché non c'è altro.
Riaperto#
La corona lo rimise in uso senza annunciarlo, e non come guarnigione: come tappa.
I detenuti destinati a Rentotene non ci andavano direttamente. Venivano raccolti nei distretti, portati a un punto di transito e tenuti lì finché il convoglio non era pieno — perché un trasporto per l'isola costa, e la corona non lo faceva partire per tre persone.
Il Forte era uno di quei punti. Sei guardie e un sergente, una torcia accesa all'ingresso al tramonto, e un registro che segnava solo gli arrivi e le partenze del convoglio, mai i nomi.
Perché continuava a chiamarsi abbandonato#
Perché nessuno aveva interesse a correggere. Un fortino in rovina nella campagna orientale non richiede spiegazioni; un carcere di transito sì.
È la stessa economia amministrativa delle Strutture di Purificazione: chiamare le cose con un nome che non genera pratiche.
Oggi#
È di nuovo quello che sembrava. La Repubblica non l'ha demolito e non l'ha riusato; il tetto della torre è caduto nel 531 AE e non è stato rifatto.