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Non la parla nessuno. Si studia, e la studiano quasi soltanto gli elfi e gli arcanisti che lavorano sui testi antichi.
È la lingua in cui sono scritti i manoscritti dell'Eikonomachia, ed è la lingua da cui viene la parola Aei-Khon: Colui che Rimane.
Nessuna ambiguità#
È la sua caratteristica, ed è rara al punto da essere sospetta.
In proto-elfico una frase ha una sola lettura possibile. Non esistono pronomi che possano riferirsi a due soggetti, non esistono costruzioni in cui l'ordine cambi il senso, e ogni proposizione subordinata porta un segno che dice esattamente a che cosa si lega.
Chi traduce dal proto-elfico non interpreta: trascrive. Il problema comincia dopo, quando il testo tradotto — in Comune, in elfico moderno, in qualunque altra lingua — diventa ambiguo mentre l'originale non lo era.
Le due traduzioni#
È il motivo per cui le grandi controversie sull'Eikonomachia non riguardano mai il proto-elfico: riguardano le versioni.
Elebhara norath significa «facciamole libere», e su questo non si discute. Che cosa volessero dire i Tessitori dicendolo è un'altra faccenda, e su quella si litiga da millenni.
Chi la sa#
Poche centinaia di persone in tutta Enira, quasi tutte ad Asathshara e ad Arkanum. Si impara sui testi, perché non c'è nessuno da ascoltare.