Prima della linea Sud, Calvisio era quattro case e una fontana a metà strada fra Alben Sol e la capitale. Aveva una locanda perché ci passava la consolare e nient'altro perché non c'era ragione.
Poi la ferrovia decise che lì ci voleva una stazione — non per servire il paese, ma perché i convogli a cristalli hanno un'autonomia, e l'autonomia finiva a quell'altezza.
Il deposito#
La stazione di Calvisio non è un marciapiede: è un deposito di cambio. I cristalli esausti si scaricano, quelli carichi si montano, e il convoglio riparte in venti minuti. È un'operazione che richiede magazzini, una squadra fissa, una guardia e una contabilità.
Attorno a quel lavoro si è costruita la città: prima gli alloggi dei tecnici, poi le osterie per chi aspetta la coincidenza, poi le botteghe per chi ci abita. Nel giro di due generazioni le quattro case sono diventate quattromila persone.
Un paese di passaggio#
Calvisio non produce quasi niente e non ha un mercato che conti. Vive di chi si ferma: venti minuti se è in transito, una notte se ha perso la coincidenza.
Gli abitanti lo sanno e lo dicono senza amarezza. La frase che si sente ripetere è che Calvisio è il posto in cui tutti sono stati e nessuno è mai andato.