Non è stato forgiato come arma. Si vede dalla testa, che è quella di un martello da fabbro — quadrata da un lato, a penna dall'altro — e dal manico, rifatto due volte e più lungo dell'originale.
Qualcuno, a un certo punto, ha preso un attrezzo e ne ha fatto un'arma. È una storia comune. Quello che non è comune viene dopo.
Che cosa fa#
Colpisce più forte di quanto dovrebbe, ma non sempre: soltanto contro chi tiene un altro in catene.
La cosa fu notata prima da chi la subiva e solo dopo da chi la usava. Nelle arene e nei magazzini del sud di Solastra circolava come una diceria fra gladiatori, e le dicerie fra gladiatori non finiscono nei registri.
Incantamento o giuramento#
I pochi studiosi che se ne sono occupati si dividono, e la divisione è interessante perché tocca una questione di principio.
Chi lo considera un incantamento cerca la runa, la formula, la mano che l'ha fatto — e non ha mai trovato niente: sul ferro non c'è un segno.
Chi lo considera un giuramento sostiene che il martello non sia stato incantato affatto, e che la proprietà appartenga alla promessa che il portatore ha fatto tenendolo in mano la prima volta. In questa lettura l'oggetto non ha poteri: li ha la persona, e il martello è soltanto il punto dove si appoggiano.
Non c'è modo di decidere fra le due ipotesi senza darlo a qualcun altro, e questo non è mai successo.