Capitolo 2 · 2 di 64
Il Peso del Ferro
Harukh
L'orco che Harukh uccise per primo portava i segni del Clan della Zanna Rossa.
Tre scarificazioni parallele sulla guancia sinistra, tracciate con lama di ossidiana e cauterizzate con cenere di monte. Harukh le riconobbe nell'istante in cui la sua ascia spaccò lo scudo dell'orco e gli si piantò nella spalla. Un colpo che separò la clavicola dall'articolazione con un suono che era parte carne e parte legno, perché l'armatura orchesca era fatta di cuoio indurito e tavole legate con tendini, e quando si rompeva suonava come una porta che cede sotto il peso.
L'orco della Zanna Rossa cadde in ginocchio. Guardò Harukh con occhi che erano della stessa sfumatura di verde dei suoi. Il verde scuro della foresta profonda, il verde che nessun umano possedeva. La bocca si aprì. Disse qualcosa in orchesco. Le parole scivolarono nel fango e nel sangue e Harukh non le sentì, o scelse di non udirle, il che era la stessa cosa.
Estrasse l'ascia con uno strappo. L'orco crollò nel fango.
Harukh avanzò.
Il campo orchesco era un carnaio. Il contingente di Vis aveva fatto il suo lavoro. Le tende bruciavano, le scorte erano in fiamme, la retroguardia era stata colta di sorpresa. Ma gli orchi non erano creature che si arrendevano alla sorpresa. Si riorganizzavano. Lo facevano sempre. L'avevano fatto per tremila anni, da quando Reterek Mascellaspezzata aveva fondato Bal-ra-Sur dalle ceneri di niente e ne aveva fatto una nazione. Gli orchi sopravvivevano perché reagivano — veloci, brutali, senza esitazione.
Harukh lo sapeva. Lo sapeva nel sangue.
Un secondo orco gli venne incontro. Più giovane, più veloce, con la furia cieca. Non aveva ancora imparato che la rabbia in battaglia è una debolezza. Brandiva una lancia a due mani, la punta di ferro battuto che disegnava archi ampi, aggressivi. Harukh lesse l'attacco prima che arrivasse. Non come lo leggeva Vis. Il mezzelfo vedeva i movimenti come un predatore vede la preda, con la velocità del sangue elfico. Harukh lo leggeva come un orco: nel peso, nella postura, nell'angolo delle spalle. L'intero corpo dell'avversario era una frase, e Harukh conosceva la lingua.
Quella lingua l'aveva imparata nei sotterranei di Alben Sol. Non l'arena nobile dei gladiatori famosi con le tribune e le scommesse d'oro, ma i cerchi tracciati col gesso sul pavimento di bettole dove due corpi entravano e uno solo usciva in piedi. L'arena insegnava la sopravvivenza: dove l'avversario porta il peso, quale spalla è dominante, se il piede arretrato è pronto a scattare o a fuggire. E insegnava un'altra cosa. Il momento in cui il combattimento cessava di essere combattimento e diventava spettacolo, il sangue smetteva di essere sangue e diventava intrattenimento. Harukh odiava quel momento. Lo odiava perché lo riconosceva. Lo riconosceva dentro di sé, nella parte che sapeva muoversi per il pubblico, che sapeva dosare la violenza perché durasse abbastanza da far gridare le tribune. L'arena non te lo toglieva mai del tutto. Ti insegnava a uccidere con ritmo, e il ritmo restava nelle mani anche quando le tribune non c'erano più.
Deviò la lancia con il piatto dell'ascia. Il metallo stridette. Il giovane orco perse l'equilibrio per un istante. Un istante che valeva una vita. Harukh gli calò il gomito sulla tempia. L'orco barcollò. L'ascia finì il lavoro.
Due morti.
Erano la sua gente.
Non nel senso sentimentale — Harukh non si era mai potuto permettere il lusso. Era cresciuto nel quartiere orchesco di Alben Sol, figlio di una donna umana che aveva scelto un orco e ne aveva pagato il prezzo per tutta la vita, e di un padre che ricordava a pezzi: una mano enorme, tre segni sulla guancia, un nome — Torgh il Rosso — e il clan che quel nome portava. La Zanna Rossa. Il padre era morto in un vicolo quando Harukh aveva sei anni, e la madre non ne aveva parlato mai più. Lo aveva tagliato via con la stessa efficienza con cui gli orchi tagliavano la carne dalle ossa. Harukh non aveva mai chiesto.
Ma il sangue parlava comunque.
Quando combatteva gli orchi, sentiva una cosa senza nome nella lingua degli uomini. Una vibrazione sotto la pelle, un riconoscimento che non passava per il pensiero. I muscoli sapevano come si muoveva un corpo orchesco perché erano muscoli orcheschi — a metà, ma la metà che contava in battaglia. Le mani sapevano come impugnava l'arma un guerriero delle pianure perché erano mani delle pianure. E ogni volta che la sua ascia apriva un corpo orchesco, qualcosa nel profondo di lui diceva io.
La manovra stava fallendo.
Harukh lo vide prima degli altri — prima del sergente Balso, prima del Tenente Dan che guidava il fronte, prima di Vis che era troppo impegnato a non morire per guardare il quadro d'insieme. Lo vide perché sapeva come combattevano gli orchi, e gli orchi stavano facendo esattamente ciò che qualsiasi comandante orchesco avrebbe fatto di fronte a un attacco da due lati: stavano rompendo il fronte.
Non stavano cercando di tenere la posizione. Stavano concentrando tutte le forze su un singolo punto — il centro, dove l'esercito di Solastra era più denso e quindi più lento a reagire — e spingevano con la furia di un ariete contro un portone. Il rumore che arrivava dal fronte lo confermava: non il clangore distribuito di uno scontro aperto, ma un rombo concentrato. Un martello che picchiava sempre nello stesso punto.
Se il centro cedeva, i due fianchi dell'esercito di Solastra sarebbero rimasti isolati. Il contingente sul retro — i quaranta uomini di Vis, adesso venticinque — sarebbe stato tagliato fuori. Accerchiato. Distrutto.
Harukh contò i cadaveri orcheschi — ventitré. Contò i cadaveri umani — undici. Contò i soldati ancora in piedi — ventotto, forse trenta. I numeri non mentivano. I numeri non mentivano mai.
«Vis.»
Il mezzelfo era a dieci passi, impegnato a ripulire la lama su un lembo di tenda. Alzò gli occhi. Il suo volto era una maschera di sangue e fango — non il suo, in gran parte — ma gli occhi erano lucidi, presenti.
«Sento» disse Vis, prima che Harukh potesse continuare. Anche lui lo aveva capito. «Il fronte sta cedendo.»
«Devono sfondare al centro. Ci taglieranno fuori.»
Vis fece un cenno secco, senza fronzoli. La conferma di un calcolo che non richiedeva discussione. Si voltò verso il contingente.
«Tutti! Ci ritiriamo verso il letto del torrente. Adesso. Chi è ferito e non può camminare, lo portiamo. Chi è morto, lo lasciamo.»
Nessuno contestò. I soldati si mossero con l'efficienza bruciante della paura. Quella razionale, che ti fa correre nella direzione giusta invece che in cerchio. Phe Ne stava già bendando un uomo con una ferita al braccio, le dita che lavoravano mentre il corpo si muoveva verso il torrente. Radamante gli trotterellava accanto, le ali membranose strette al corpo, il muso a terra come un segugio che fiuta il percorso sicuro.
Harukh raccolse un soldato ferito — un ragazzo con una gamba spezzata che gridava ogni volta che il piede toccava terra — e se lo mise in spalla come un sacco di grano. Il ragazzo pesava quanto un bambino, per lui. La differenza era che i bambini non urlavano in quel modo. Sentì il sangue della gamba spezzata colargli sulla schiena — tiepido, costante, come una mano che non lo lasciava andare.
«Muoviti» disse Harukh. Non al ragazzo. A se stesso.
Si ritirarono nel letto del torrente. Il fondo fangoso rallentava i passi, le pietre scivolose minacciavano le caviglie, ma il torrente offriva copertura. I bordi scoscesi impedivano la visuale dal campo. Se gli orchi li avessero inseguiti, avrebbero dovuto scendere nel letto, e nel letto la superiorità numerica contava meno. Un soldato scivolò su un masso coperto d'alga e Harukh lo afferrò per il colletto con la mano libera. Il ragazzo sulla spalla gemette per lo scossone, ma nessuno cadde. L'acqua del torrente era fredda, un dito al massimo, e puzzava di terra e ferro.
Gli orchi non li inseguirono. Avevano cose più importanti da fare. Il fronte stava cedendo, e ogni guerriero contava.
Harukh posò il ragazzo ferito su una roccia piatta. La schiena gli si raffreddò dove il sangue si era asciugato sulla pelle, e la sensazione era peggiore dell'umido — era il ricordo del peso di qualcuno che non poteva portarsi da solo. Phe Ne era già lì. Come facesse a comparire sempre dove c'era un ferito restava un mistero che Harukh aveva smesso di cercare di risolvere. Lo gnomo gli esaminò la gamba con dita rapide e precise.
«Frattura composta della tibia. Il perone sembra intatto. Non ci sarà bisogno di amputare, ma serviranno stecche e riposo. Il riposo, naturalmente, è la componente più irrealistica di questa diagnosi.»
Il ragazzo gemette. Phe Ne gli mise una mano sulla fronte. Un gesto che sorprese Harukh, perché lo gnomo normalmente trattava i pazienti come campioni da laboratorio.
Sotto le dita, il Primordiale gli mostrò la frattura come la sentiva la natura. Non un referto, non un'immagine, ma un'eco di squilibrio, un ramo spezzato nella foresta silenziosa del corpo. Un bagliore verde attraversò le nocche dello gnomo e si spense sulla fronte del ragazzo. Non guarigione, ma il sussurro del Primordiale che il dolore era temporaneo, che l'osso avrebbe ritrovato la sua strada. Radamante atterrò sulla roccia accanto alla gamba ferita e piegò il muso verso il ginocchio, le ali ripiegate, immobile. Il conforto muto di una creatura che percepiva il dolore attraverso un legame che non aveva bisogno di parole.
«Starai bene» disse lo gnomo. E dal suo tono, Harukh capì che non ne era affatto sicuro.
Aspettarono.
Il fragore della battaglia continuava. Un ronzio costante, sordo, che faceva vibrare l'aria come la corda di un arco troppo teso. Harukh se ne stava seduto su un masso, l'ascia sulle ginocchia, gli occhi fissi sulla cresta della collina. L'ascia pesava sei chili. In quel momento ne pesava sessanta.
I sopravvissuti del contingente si erano distribuiti lungo il torrente — a gruppi di tre o quattro, appoggiati alle rocce, i volti svuotati. Alcuni bevevano dalle borracce con mani che tremavano. Uno pregava — sussurri rapidi, incomprensibili, rivolti a El-Shaddai o a qualsiasi altro dio fosse disposto ad ascoltare un soldato coperto di fango e del sangue altrui. Un altro piangeva in silenzio, la disciplina del pianto che veniva dall'abitudine. Un terzo — un veterano con mezza orecchia in meno — stava seduto immobile a fissare le proprie mani. Non le riconosceva. Il sangue gli si seccava tra le dita e lui non se le puliva. Non si puliva niente.
Vis si sedette accanto a Harukh. Non disse niente per un momento. Il mezzelfo, quando stava zitto, stava male. Harukh lo sapeva come si sa che l'acqua scorre in discesa. Non perché qualcuno te lo spieghi, ma perché lo vedi abbastanza volte.
«Quanti ne abbiamo persi?» chiese Vis infine.
«Dodici al campo. Due sulla ritirata. Il ragazzo con la gamba non combatterà più.»
«Quindici, allora.» Vis fece un suono che non era una risata. «Su quaranta. Quasi il quaranta per cento. E il fronte...»
Non finì la frase. Non ce n'era bisogno.
Harukh si guardò le mani. Enormi — dita grosse come salsicce, palmi larghi come piatti — e coperte di sangue fino ai polsi. Sangue orchesco. Dello stesso colore del suo, se si fosse tagliato.
«Quanti ne hai uccisi?» chiese Vis. La domanda non era morbosa. Era il calcolo di un soldato che conta le munizioni.
«Sette. Forse otto.»
«Li contavi?»
«No.»
Un silenzio. Vis annuì lentamente. La risposta gli aveva confermato qualcosa che sapeva già.
«Hai notato gli stendardi?» chiese Harukh. La voce era bassa, piatta — il tono di una constatazione, non di una domanda. «Zanna Rossa, Lupo delle Ceneri, Falce d'Osso. Tre clan diversi. Non combattono insieme. Non combattono mai insieme. Sono rivali da generazioni.»
Vis lo guardò. «Cosa significa?»
«Significa che qualcuno li ha uniti. Qualcuno con abbastanza autorità da far marciare tre clan nemici sotto lo stesso stendardo.» Harukh fece una pausa. «L'ultima volta che è successo, il re degli orchi si chiamava Grimrok, e ci sono voluti Vergil sol Venitas e Sir Percival Lohen insieme per fermarlo.»
Prima che Vis potesse rispondere, il mondo finì.
O almeno, questo fu ciò che sembrò.
Arrivò prima il suono — o l'assenza di suono.
La battaglia, quel rombo costante che aveva fatto da colonna sonora alle ultime ore, cessò. Non gradualmente, non come un fragore che si spegne: cessò. Di colpo. Un pugno chiuso attorno al mondo, stretto fino a spegnere tutto.
Poi venne la luce.
Harukh alzò gli occhi verso il cielo. Il cervello rifiutò ciò che vide, per un istante che durò un battito di cuore e un'eternità. Un'ombra — vasta, rettangolare, impossibile. Un'aeronave. Immensa, con lo scafo di legno scuro e le vele di tessuto che assorbivano la luce del sole. Sulla prua, una figura in armatura dorata. Sulla fiancata, lo stemma di Solastra. Il sole con la spada.
L'Invincibile.
L'aeronave del re.
Harukh aveva sentito le storie. Tutti avevano sentito le storie. L'aeronave da guerra più grande mai costruita, alimentata da cristalli di Arkanum, capace di attraversare la penisola in un giorno. Ma le storie non preparavano alla realtà — alla mole opprimente, all'ombra che oscurava il campo come una nuvola venuta da nessuna parte, al ronzio basso dei motori magici che faceva vibrare i denti nelle gengive.
Poi, dalla poppa dell'aeronave, una piccola figura cadde.
Cadde. Non fu lanciata con grazia, non scese su ali di luce. Cadde — una sagoma minuscola che precipitava verso il campo di battaglia con la velocità di un sasso, braccia e gambe che si agitavano nel vuoto. Harukh era troppo lontano per vedere i dettagli, ma la dimensione — piccola, troppo piccola per essere un soldato, troppo piccola per essere un adulto — gli strinse qualcosa nel petto.
Un bambino.
La figura colpì il terreno.
E il mondo divenne luce.
Non la luce del sole. Quella era calda, aveva un colore, aveva una direzione. Questa era luce in senso totale: ogni direzione, ogni frequenza compressa in un istante che bruciò la retina e trasformò il mondo in un vuoto abbagliante. Harukh strinse gli occhi e alzò il braccio. I muscoli risposero per istinto, proteggendo il volto, perché il cervello era ancora fermo all'istante prima.
Il suono tornò. Non un suono. Una nota. Unica, sostenuta, che vibrava nell'aria e nelle ossa e nel sangue e nella terra stessa, una nota che parlava di qualcosa di antico e terribile e magnifico che non aveva posto nel mondo dei mortali.
Quando Harukh riaprì gli occhi, la luce era diventata una forma.
Sei ali — tre paia, che si dispiegavano dal corpo in direzioni diverse. Le più esterne erano immense, d'oro, come metallo fuso che non cola — filigrana divina, incisa di arabeschi che l'occhio non riusciva a seguire. Le intermedie vibravano di sfumature che non appartenevano alla luce del giorno: riflessi cosmici, viola e azzurro, che si muovevano sulla superficie come olio sull'acqua. Le più interne erano strette attorno a un nucleo di luce. Un cuore incandescente dove avrebbe dovuto esserci un volto e invece c'era solo l'oro, solo la potenza. L'essere fluttuava sopra il campo di battaglia. La gravità non lo riguardava. Attorno al suo corpo serpeggiavano nastri di luce solida — cartigli dorati, incisi di segni antichi che si avvolgevano a spirale e si dissolvevano nell'aria come parole pronunciate e poi dimenticate. Due bastoni — uno per ogni mano, se quelle potevano chiamarsi mani — che parevano fatti dello stesso materiale delle stelle. Alla base della manifestazione, l'aria bruciava in volute d'oro e d'ombra, e attraverso le volute il cielo era cambiato. Più profondo, punteggiato di stelle che non c'erano un istante prima. L'essere si era portato dietro un pezzo del suo cielo.
Metatron.
Harukh non sapeva il nome. Non in quel momento. In quel momento sapeva solo che ciò che guardava non apparteneva al mondo — era stato strappato da un luogo dove le regole erano diverse e incastrato a forza nella realtà come un chiodo troppo grande in un'asse troppo sottile.
Il primo bastone si abbassò verso il campo di Solastra.
La luce si espanse. Un'onda dorata che lavò il campo di battaglia come una marea di miele. Dove toccava i soldati di Solastra, le ferite si chiudevano. Harukh lo vide accadere al ragazzo con la gamba rotta: le ossa si riallinearono sotto la pelle con un crack udibile, i tessuti si ricomposero, e il ragazzo urlò — non di dolore, di sorpresa — e si alzò in piedi. Mai stato ferito, a guardarlo.
L'onda raggiunse Harukh. Sentì i tagli sulle braccia richiudersi — la pelle che si saldava come cera calda — e le contusioni alle costole dissolversi, e la bruciatura sulla mano sinistra dove un'ascia gli aveva sfiorato le nocche scomparire. Pelle liscia dove un attimo prima c'era la carne bruciata. Il corpo intero si ricompose senza dolore, senza sensazione, senza niente. Questo era il peggio. Non sentì la guarigione. Sentì solo l'assenza. Per un istante il corpo non gli era appartenuto: qualcosa lo aveva preso in mano e rimesso a posto senza chiedergli il permesso.
Tutti i soldati di Solastra. Ogni singola ferita. Guarita in un istante.
Il secondo bastone si abbassò verso il campo orchesco.
Harukh guardò.
Non chiuse gli occhi. Non distolse lo sguardo. Guardò.
La luce colpì l'esercito orchesco come il martello di un dio su un'incudine. Non c'era esplosione, non c'era fuoco, non c'era il fragore di un'arma convenzionale. C'era solo la luce — dorata, perfetta, assoluta — e poi il vuoto. Dove un istante prima c'erano migliaia di orchi — vivi, urlanti, sanguinanti, reali — non restava che polvere. Cenere fine che si alzava nell'aria come neve al contrario e ricadeva lentamente sulla piana, ricoprendo tutto con uno strato sottile, grigio, che era l'unica prova che un esercito fosse mai esistito.
Migliaia di orchi. Polverizzati.
Il silenzio che seguì era un silenzio che Harukh non aveva mai sperimentato. Non l'assenza di suono, ma l'assenza di tutto. Il mondo aveva bisogno di un momento per ricordarsi come funzionava.
Harukh guardò la cenere che si depositava sul dorso della mano. La fissò a lungo. La sfregò tra le dita — fine come talco, grigia come il cielo prima della neve. Si infilò sotto le unghie. Restò nei solchi della pelle. Non voleva andarsene.
Era cenere orchesca. La cenere della sua gente.
Accanto a lui, Vis stava in piedi con gli occhi fissi sul punto dove l'essere di luce si stava dissolvendo. La luminosità che si riduceva, le ali che si ripiegavano, il potere che si ritirava come una marea. Vis non disse nulla. Per una volta, il mezzelfo non aveva parole.
Alla loro destra, un soldato cadde in ginocchio e iniziò a pregare. «El-Shaddai sia lodato. El-Shaddai ci ha salvati. Benedetta sia la luce—»
«Ci ha salvati» ripeté Vis. La voce era piatta, svuotata. «Dopo aver aspettato che morissero centocinquanta dei nostri.»
Il soldato smise di pregare. Guardò Vis confuso: si aspettava gratitudine e trovava qualcos'altro.
Harukh non parlò. Non aveva parole. Non ne aveva mai molte, e in quel momento ne aveva meno del solito. Si guardò la mano, la cenere tra le dita, il residuo sotto le unghie che non voleva andarsene, e pensò un pensiero che non avrebbe detto a nessuno, che non avrebbe formulato ad alta voce, che avrebbe tenuto nel punto più profondo e silenzioso di sé:
Quella cenere era la Zanna Rossa. Quella cenere poteva essere mio padre, se un vicolo di Alben Sol non lo avesse preso prima.
Si pulì la mano sulla coscia. Si alzò. Raccolse l'ascia.
La guerra era finita. Per oggi.