Capitolo Primo · 1 di 5
Il Contatore di Respiri
"Nessuno sceglie di nascere all'Inferno. È una verità che i diavoli preferiscono ignorare, perché riconoscerla significherebbe ammettere che il dolore che infliggono non è giustizia — è semplicemente dolore. E i diavoli, nonostante tutto ciò che dicono, non amano essere visti per ciò che sono." — Anonimo, "Frammenti dalle Miniere di Dis"
"Il tempo, nell'Inferno, è una menzogna che i diavoli raccontano ai mortali. Non esistono giorni o notti, non esistono stagioni o anni. Esiste solo il Prima e il Dopo — prima che arrivassi, dopo che te ne andrai. Se te ne andrai. La maggior parte non lo fa." — Keth di Dis Secunda, "Storie che Non Dovrebbero Esistere"
Il bambino contava i respiri.
Non i propri — quelli li aveva smesso di contare anni fa, quando aveva capito che il proprio respiro era l'unica cosa che gli apparteneva davvero in questo luogo dove tutto il resto era proprietà di qualcun altro. No, contava i respiri di sua madre.
Trecentoquarantasette.
Serah giaceva sulla branda di pietra, gli occhi chiusi, il petto che si alzava e si abbassava con una lentezza che faceva male a guardare. Una volta, molto tempo fa — in quel Prima che Malakar ricordava solo a frammenti, come schegge di un sogno interrotto — sua madre era stata forte. Ricordava braccia che lo sollevavano, una risata che riempiva stanze che non erano celle, capelli neri come la notte invece di questo grigio cenere che ora incorniciava un volto troppo magro, troppo pallido, troppo consumato.
Trecentoquarantotto.
La cella era piccola — sei passi in lunghezza, quattro in larghezza. Malakar lo sapeva perché li aveva contati migliaia di volte, nei momenti in cui non c'era nient'altro da contare. Le pareti erano di roccia nera, quella roccia che sembrava assorbire la luce invece di rifletterla, e il soffitto era abbastanza basso da far sì che sua madre, quando riusciva ad alzarsi, dovesse tenere la testa china. C'erano due brande, una latrina nell'angolo che nessuno puliva mai, e una porta di ferro con una feritoia attraverso cui passavano il cibo — quando passava — e gli ordini — sempre.
Trecentoquarantanove.
Malakar aveva dodici anni. O almeno, così gli aveva detto sua madre. Il tempo, a Dis Secunda, era difficile da tracciare. Non c'erano giorni e notti — solo i Turni, scanditi dal suono delle campane che echeggiavano attraverso le miniere. Un Turno significava lavoro. Un Turno significava le piccozze che mordevano la roccia infernale, il calore che bruciava la pelle, i sorveglianti con le loro fruste di fuoco. Un altro Turno significava riposo — se si poteva chiamare riposo il collasso esausto su una pietra che non era mai fredda abbastanza.
Otto anni. Così a lungo ricordava. Otto anni di Turni, di campane, di roccia nera e luce rossa e il sapore del ferro sulla lingua.
Trecentocinquanta.
I respiri di sua madre erano più lenti oggi. Malakar lo sapeva perché li aveva cronometrati — un altro dei suoi giochi silenziosi, un altro modo per non pensare a tutto il resto. Ieri erano trecentottantadue respiri all'ora. La settimana scorsa, quattrocentodieci. Il mese scorso—
Non voleva pensare al mese scorso.
"Malakar."
La voce di sua madre era un sussurro, ma lui la sentì come se avesse gridato. Si voltò dalla sua posizione accovacciata vicino alla porta — stava ascoltando i passi nel corridoio, un'altra abitudine che aveva sviluppato, mappare i movimenti dei sorveglianti — e attraversò la cella in due passi.
"Sono qui."
Serah aprì gli occhi. Erano dorati, quegli occhi, lo stesso colore di quelli di Malakar. L'unica cosa bella in questo luogo di bruttezza infinita. Gli occhi di un Infernale, avevano detto i sorveglianti, la prima volta che li avevano visti. Il marchio del sangue di Phlegetonte, avevano riso. Come se essere nati con tracce del sangue del fiume di fuoco fosse una colpa invece di un caso.
"Stavo sognando," disse Serah. "Sognavo il cielo."
Malakar non disse nulla. Non sapeva cosa fosse il cielo — non veramente. Sua madre gliene aveva parlato, a volte, in quei momenti rari in cui aveva abbastanza forza per le storie. È blu, diceva. Così blu che non riesci a crederci. E c'è un sole, una sfera di luce che scalda senza bruciare. E ci sono nuvole, come fumo ma bianche, che si muovono lentamente, lentamente...
Per Malakar, il cielo era solo un'idea. Come la libertà. Come la speranza.
"Com'era?" chiese, perché sapeva che lei voleva raccontarglielo.
Un sorriso tremolò sulle labbra di Serah. "C'erano uccelli. Ti ho mai parlato degli uccelli? Creature con le ali, che volano nell'aria come— come niente qui. Non hanno catene. Non hanno padroni. Volano e basta, perché possono."
"Sembrano belli."
"Lo sono." Serah sollevò una mano, tremante, e la posò sulla guancia di Malakar. La sua pelle era fredda — troppo fredda per l'Inferno, dove tutto bruciava sempre. "Tu li vedrai. Un giorno. Te lo prometto."
Era una promessa che faceva spesso, negli ultimi mesi. Malakar aveva smesso di crederci, ma non aveva smesso di voler credere. C'era una differenza.
"Dovresti riposare," disse.
"Ho riposato abbastanza." Serah cercò di sollevarsi, i muscoli che tremavano per lo sforzo. Malakar la aiutò, mettendole un braccio sotto le spalle, sentendo quanto fosse leggera — come se l'Inferno la stesse svuotando, un grammo alla volta. "Quanto manca al prossimo Turno?"
"Non lo so. Forse due campane."
"Allora abbiamo tempo." Serah si appoggiò contro la parete, chiudendo gli occhi per un momento. Quando li riaprì, c'era qualcosa di diverso nel suo sguardo. Qualcosa di affilato. "Devo dirti una cosa, Malakar. Qualcosa che avrei dovuto dirti molto tempo fa."
Il bambino aspettò. Sapeva che sua madre avrebbe parlato quando era pronta, e non prima.
"Sai perché siamo qui?"
"Perché siamo schiavi."
"Sì. Ma sai perché siamo schiavi?"
Malakar esitò. Era una domanda che si era posto molte volte, ma che non aveva mai osato fare. All'Inferno, le domande erano pericolose. Le domande attirarono attenzione. E l'attenzione, a Dis Secunda, non era mai una cosa buona.
"No."
Serah annuì, come se si aspettasse quella risposta. "C'è una città," disse. "Sul Piano Materiale. Si chiama Regula. È una città di uomini — ma non solo uomini. È una città che ha fatto un patto."
"Un patto con chi?"
"Con chi pensi?"
Malakar non rispose. Non ce n'era bisogno.
"Cinquant'anni fa, gli uomini di Regula erano disperati. Stavano perdendo una guerra, una guerra che li avrebbe distrutti. Così i loro leader — i loro patriarchi — hanno cercato aiuto. E l'hanno trovato." Serah fece una pausa, e il suo sguardo si fece distante. "Hanno firmato un contratto. Anime in cambio di potere. Schiavi in cambio di vittoria."
"Le nostre anime?"
"Le nostre anime. Le nostre vite. Tutto ciò che siamo." Serah guardò Malakar negli occhi, e lui vide qualcosa che non aveva mai visto prima — rabbia. Rabbia pura, bruciante, il tipo di rabbia che avrebbe dovuto essere impossibile dopo otto anni di catene. "Tuo padre era di Regula. Non l'hai mai conosciuto, e non l'hai perso nulla. Era uno dei patriarchi. Uno di quelli che hanno firmato."
Malakar sentì qualcosa contrarsi nel suo petto. "Mio padre ci ha venduti?"
"Tuo padre ha venduto me. Tu eri— tu eri una conseguenza. Un effetto collaterale." Un altro sorriso, ma questo era amaro, tagliente come l'ossidiana. "I figli dei contrattanti appartengono al contratto. È nella clausola ottantasette, paragrafo sei. L'ho letta, sai. L'ho trovata, dopo. Dopo che era troppo tardi."
"Non capisco. Se sapevi—"
"Non sapevo. Non quando— non quando sono rimasta incinta. Non quando sei nato." Serah chiuse gli occhi. "L'ho scoperto dopo. Quando sono venuti a prenderci. Quando ho capito che tutto — tutto — era stato pianificato."
Il silenzio riempì la cella. Nelle miniere sotto di loro, Malakar poteva sentire il ritmo delle piccozze — migliaia di colpi, migliaia di schiavi che scavavano la roccia infernale per ragioni che nessuno di loro conosceva davvero.
"Perché me lo dici adesso?"
"Perché stai per avere un'opportunità." Serah aprì gli occhi, e questa volta la rabbia era accompagnata da qualcos'altro — determinazione. "Un'opportunità di uscire. Di fuggire. Di vedere quel cielo di cui ti ho parlato."
"Non esiste via d'uscita da Dis Secunda. Tutti lo sanno."
"Tutti si sbagliano." Serah si chinò in avanti, abbassando la voce fino a renderla quasi inudibile. "C'è un ragazzo. Nelle miniere. Si chiama Keth. L'hai visto, credo — lavora nella Galleria Sette, come te."
Malakar annuì lentamente. Conosceva Keth — o almeno, lo conosceva quanto si poteva conoscere qualcuno a Dis Secunda. Era alto, magro, con una cicatrice che gli attraversava il volto e occhi che sembravano vedere troppo. Umano, a differenza di Malakar. Ma con lo stesso sguardo spento di chi aveva smesso di sperare molto tempo fa.
O almeno, così aveva pensato.
"Keth ha trovato qualcosa," continuò Serah. "Un tunnel. Una fessura nella roccia, nascosta dietro i cumuli di scorie nella Galleria Sette. Porta— porta fuori."
"Fuori dove?"
"Non lo so. Non con certezza. Ma fuori da qui. Fuori dall'Inferno."
Malakar scosse la testa. "È impossibile. I portali tra i piani sono sorvegliati. I diavoli—"
"I diavoli non sanno tutto." Per la prima volta da quando Malakar poteva ricordare, un vero sorriso attraversò il volto di sua madre. "Questo è il segreto che non vogliono che tu sappia, Malakar. Sono potenti, sì. Sono crudeli, sì. Ma non sono onniscienti. Non sono onnipotenti. Commettono errori. E a volte — solo a volte — quegli errori possono essere sfruttati."
"E tu credi a Keth?"
"Credo in quello che ho visto." Serah allungò la mano e prese quella di Malakar, stringendola forte nonostante la sua debolezza. "Keth mi ha mostrato il tunnel. Esiste. È reale. E tra tre Turni, durante il cambio della guardia, faremo il nostro tentativo."
Tre Turni. Malakar sentì il cuore accelerare. Era impossibile. Doveva essere impossibile. Nessuno fuggiva da Dis Secunda. Nessuno—
"Mamma." La parola uscì strozzata. Non la usava spesso — "mamma" era una parola del Prima, una parola che sembrava non appartenere a questo luogo. "Tu non ce la farai. Sei troppo debole per—"
"Lo so."
Due parole. Due parole che caddero tra loro come pietre.
"Lo so," ripeté Serah, e la sua voce era dolce, così dolce che faceva male. "Ma tu sì. Tu ce la farai."
"Non ti lascerò qui."
"Non mi lascerai qui." Serah strinse la mano più forte. "Verrò con te. Per quanto potrò. Ma Malakar, devi capire — devi promettere — che se arriva il momento... se c'è una scelta tra la mia vita e la tua..."
"No."
"Malakar—"
"No." Il bambino si alzò, strappando la mano dalla presa di sua madre. "Non parlerò di questo. Non penserò a questo. Se fuggiamo, fuggiamo insieme. Tutti e tre — tu, io e Keth. Oppure non fuggiamo affatto."
Serah lo guardò per un lungo momento. Nei suoi occhi dorati, Malakar vide qualcosa che poteva essere orgoglio. O forse era solo tristezza camuffata.
"Sei così testardo," disse alla fine. "Non so da chi l'hai preso."
"Da te, probabilmente."
"Probabilmente." Serah si lasciò ricadere contro la parete, gli occhi che si chiudevano di nuovo. "Tre Turni, Malakar. Fatti trovare pronto."
Le miniere di Dis Secunda erano una ferita aperta nel ventre del Secondo Cerchio dell'Inferno.
Si estendevano per miglia in tutte le direzioni — tunnel che si incrociavano come vene in un corpo malato, caverne grandi come cattedrali e gallerie strette abbastanza da dover strisciare. La roccia qui era diversa dalla roccia del Piano Materiale — più dura, più densa, con venature di qualcosa che brillava di un rosso cupo quando le piccozze la colpivano. Inferite, la chiamavano i diavoli. Il sangue solidificato dei titani che avevano combattuto la Guerra dell'Alba, intrappolato nella terra quando l'Inferno stesso era stato creato.
Nessuno sapeva cosa facessero con l'inferite che estraevano. Nessuno osava chiedere.
Malakar lavorava nella Galleria Sette da quando era abbastanza grande da tenere in mano una piccozza — cinque anni, forse sei. Il suo compito era semplice: colpire la roccia finché non cedeva, raccogliere i frammenti, caricarli nei carrelli, ricominciare. I sorveglianti — diavoli minori, per lo più, creature con la pelle color carbone e occhi che bruciavano di una luce arancione — passavano regolarmente, le loro fruste di fuoco pronte a punire chiunque rallentasse.
Malakar aveva imparato a non rallentare.
Aveva imparato molte cose, negli anni. A rendere i suoi movimenti così automatici da poter pensare ad altro mentre lavorava. A leggere i passi dei sorveglianti, a sapere quando guardavano nella sua direzione e quando no. A nascondere il cibo sotto la tunica per portarlo a sua madre, che da mesi non era più in grado di lavorare e sopravviveva con le razioni minime riservate agli "inutili".
E aveva imparato a riconoscere gli altri schiavi. Non i loro nomi — i nomi erano pericolosi, i nomi creavano legami, e i legami potevano essere usati contro di te. Ma i loro volti, i loro modi di muoversi, i loro silenzi.
Keth era uno di quelli che aveva imparato a riconoscere.
Il ragazzo stava lavorando dall'altra parte della galleria quando Malakar arrivò per il suo Turno. Era più grande di Malakar — diciassette, forse diciotto anni — con braccia lunghe e spalle che sarebbero state larghe se avesse avuto abbastanza da mangiare. La cicatrice sul suo volto, una linea bianca che andava dal sopracciglio alla mascella, era il risultato di una punizione. Malakar non conosceva i dettagli. Non li aveva mai chiesti.
I loro sguardi si incrociarono per un istante — abbastanza lungo da comunicare so cosa stai pensando, abbastanza breve da non attirare attenzione — poi tornarono al lavoro.
Colpo. Colpo. Colpo.
Il ritmo delle piccozze era ipnotico, in un certo senso. Un battito cardiaco collettivo, condiviso da centinaia di schiavi in questa galleria e migliaia in tutta la miniera. Malakar lasciò che quel ritmo lo avvolgesse, che occupasse la parte superficiale della sua mente mentre quella più profonda pensava.
Tre Turni.
Era possibile? Sua madre sembrava crederci, e sua madre non era una sciocca. Era stata ingannata una volta, sì — da quell'uomo, quel padre che Malakar rifiutava di considerare tale — ma da allora aveva imparato. Aveva osservato. Aveva aspettato.
E ora aveva trovato un'opportunità.
Ma a che prezzo?
Malakar conosceva sua madre. Conosceva lo sguardo nei suoi occhi quando aveva parlato della scelta. Sapeva che lei aveva già deciso, già accettato, già fatto pace con qualcosa che lui si rifiutava anche solo di considerare.
Non la lascerò morire.
Era una promessa che fece a sé stesso, silenziosa come tutte le promesse importanti. Non la lascerò morire. Non importa cosa succede. Non importa—
"Tu."
La voce lo fece trasalire. Malakar si voltò, la piccozza ancora in mano, e si trovò faccia a faccia con un sorvegliante.
Non uno qualunque. Velkor.
Velkor era diverso dagli altri diavoli della miniera. Era più grande — quasi due metri di muscoli e corna e denti troppo affilati. La sua pelle non era carbone ma ossidiana, nera e lucida come vetro vulcanico, e i suoi occhi non bruciavano arancione ma bianco, un bianco così intenso da far male a guardarlo direttamente.
E portava una glaive. Non una frusta di fuoco come gli altri sorveglianti, ma una vera arma — una lama lunga quanto Malakar era alto, con rune incise nel metallo che brillavano di una luce sinistra.
"Sì, tu." Velkor si avvicinò, i suoi passi che facevano tremare il pavimento di roccia. "Il mezzo sangue. Il figlio della traditrice."
Malakar non disse nulla. Aveva imparato che rispondere ai sorveglianti — qualsiasi risposta, anche la più remissiva — era un invito alla punizione.
"Ho sentito cose interessanti." Velkor si fermò a meno di un metro da lui, abbassando lo sguardo come un predatore che osserva una preda particolarmente patetica. "Cose su tunnel. Cose su fughe. Cose che certi schiavi pensano di poter fare senza che noi lo sappiamo."
Il cuore di Malakar si fermò. Poi ricominciò a battere, due volte più veloce di prima.
Sa. Oh dei che non esistono, sa.
"Non so di cosa parli," disse. La sua voce uscì piatta, morta. Buona.
Velkor rise. Era un suono orribile — come rocce che stridono l'una contro l'altra, come metallo che si torce. "Certo che non lo sai. Sei solo un bambino. Un bambino che conta i respiri della sua mamma morente e sogna un cielo che non vedrà mai."
Non mostrare nulla. Non sentire nulla.
"Ma sai una cosa, mezzo sangue?" Velkor si chinò, avvicinando il suo volto a quello di Malakar. L'odore era di zolfo e cenere e qualcosa di più antico, più oscuro. "Il tuo amico. Quello con la cicatrice. È meno bravo a nascondere i suoi segreti di quanto pensi."
Keth. Sanno di Keth.
"Ah, vedo che hai capito." Velkor si raddrizzò, sorridendo — se quel gesto pieno di denti poteva chiamarsi sorriso. "Tranquillo, non faremo niente. Non subito. Preferiamo aspettare. Vedere chi altro è coinvolto. Vedere fin dove arriva questa piccola— come la chiamate voi mortali? — cospirazione."
Malakar rimase immobile. Non osò respirare.
"Torna al lavoro, mezzo sangue." Velkor si voltò e si allontanò, i suoi passi che echeggiavano nella galleria. "E goditi gli ultimi Turni che ti restano. Saranno— memorabili."
Quella sera — o quello che passava per sera a Dis Secunda — Malakar incontrò Keth.
Non nella cella, dove sua madre giaceva ormai troppo debole per alzarsi. Non nella galleria, dove occhi e orecchie erano ovunque. Ma nei tunnel di drenaggio, quei canali stretti e fetidi dove scorrevano i rifiuti delle miniere, dove nemmeno i sorveglianti si avventuravano se non strettamente necessario.
"Sanno," disse Malakar, non appena furono abbastanza lontani da qualsiasi orecchio.
Keth annuì. Il suo volto era una maschera — nessuna sorpresa, nessuna paura, nessuna emozione leggibile. "Lo sospettavo. Ho notato più sorveglianti vicino alla Galleria Sette negli ultimi due Turni."
"Velkor me lo ha detto. In faccia. Ha detto che stanno aspettando."
"Aspettando cosa?"
"Di vedere chi altro è coinvolto."
Il silenzio che seguì fu denso, pesante. L'acqua nera — se si poteva chiamare acqua — gorgogliava intorno alle loro caviglie, portando con sé odori che Malakar aveva imparato a ignorare.
"Allora dobbiamo muoverci prima," disse Keth alla fine. "Prima di quanto avevamo pianificato."
"Quando?"
"Il prossimo Turno. Durante il cambio della guardia."
Malakar scosse la testa. "È troppo presto. Mia madre—"
"Tua madre non ha un altro Turno, Malakar." La voce di Keth era piatta, ma non crudele. Semplicemente onesta. "L'ho vista. Ho visto come respira. Se aspettiamo ancora..."
Non finì la frase. Non ce n'era bisogno.
"Allora la porterò io," disse Malakar. "La porterò sulle spalle se necessario. Ma non la lascio."
"Non ti sto chiedendo di lasciarla."
Per la prima volta da quando lo conosceva, Malakar vide qualcosa cambiare sul volto di Keth. Qualcosa che assomigliava a— comprensione? Rispetto?
"Ti sto chiedendo di essere realistico," continuò Keth. "Il tunnel è stretto. La fuga sarà veloce, o non sarà affatto. Se tua madre non riesce a camminare..."
"La porterò io."
"E se i sorveglianti ci raggiungono?"
"Non lo faranno."
"Ma se lo facessero?"
Malakar guardò Keth negli occhi. Quegli occhi che avevano visto troppo, che sapevano troppo, che avevano smesso di sperare molto tempo fa — o almeno, così aveva pensato.
"Allora brucerò," disse. "Brucerò tutto quello che dovrò bruciare per farla uscire."
Keth sostenne il suo sguardo per un lungo momento. Poi annuì.
"Va bene," disse. "Prossimo Turno. Quando senti tre colpi sulla parete della tua cella, è il segnale. Sii pronto."
Si voltò per andarsene, ma Malakar lo fermò.
"Keth. Perché lo fai?"
"Cosa?"
"Questo. La fuga. Aiutare noi." Malakar fece un gesto vago. "Non hai niente da guadagnare."
Keth rimase immobile per un momento. Quando parlò, la sua voce era diversa — più bassa, più roca, come se le parole gli costassero qualcosa.
"Avevo una sorella," disse. "Qui, a Dis Secunda. È morta tre anni fa. Nella Galleria Quattro. Un crollo." Fece una pausa. "I sorveglianti avrebbero potuto salvarla. Avevano gli strumenti, il tempo. Ma non l'hanno fatto. Perché era una schiava, e gli schiavi sono sostituibili."
Malakar non disse nulla. Non c'era nulla da dire.
"Da allora, ho cercato una via d'uscita. Non per me — non mi importa più di me. Ma per qualcuno. Per chiunque. Per dimostrare che possono essere sconfitti. Che non sono invincibili. Che non hanno il diritto di—" La voce di Keth si spezzò, poi si ricompose. "Tu e tua madre. Siete la mia opportunità. La mia unica opportunità."
"Verrai con noi."
"Creerò un diversivo. Attirerò i sorveglianti lontano dal tunnel."
"No. Verrai con noi."
Keth sorrise. Era un sorriso triste, il sorriso di qualcuno che ha già fatto pace con qualcosa.
"Tre colpi sulla parete," ripeté. "Sii pronto."
E se ne andò, lasciando Malakar solo nel buio dei tunnel di drenaggio, con l'acqua nera che gorgogliava intorno alle sue caviglie e il peso del mondo sulle sue spalle di bambino.
Malakar tornò alla cella e trovò sua madre sveglia.
Era seduta — non sdraiata, seduta — con la schiena contro la parete e le mani in grembo. Nei suoi occhi c'era una luce che Malakar non vedeva da mesi. Da anni, forse.
"Lo so," disse Serah prima che lui potesse aprire bocca. "Keth è venuto prima. Mi ha raccontato di Velkor."
"Allora sai che dobbiamo—"
"So che dobbiamo muoverci. Sì." Serah fece un respiro profondo — uno di quei respiri che Malakar contava, ma più pieno, più forte di quanto si aspettasse. "E c'è qualcos'altro che devo dirti. Qualcosa che non ho mai detto a nessuno."
Malakar si sedette accanto a lei. La cella sembrava più piccola del solito, le pareti più vicine, l'aria più densa.
"Sai cosa sono i Tessitori?" chiese Serah.
"Gli Arcani?" Malakar frugò nella sua memoria, cercando frammenti di storie ascoltate di nascosto. "Gli dei della magia. O qualcosa del genere."
"Qualcosa del genere." Serah sorrise — quel sorriso che sembrava fuori posto qui, troppo luminoso per questo buio. "I Tessitori crearono la Tessitura — la rete che collega tutti i piani, che permette alla magia di esistere. Quando morirono durante il Ragnarok, la Tessitura rimase. Ma rimase anche qualcos'altro."
"Cosa?"
"Loro. O almeno, parti di loro." Serah abbassò la voce, come se avesse paura che le pareti potessero sentire. "I Tessitori non scomparvero completamente. Si— dispersero. Il loro potere, la loro essenza, si sparse attraverso i piani. E a volte, quel potere trova una casa. In oggetti. In luoghi. In— in persone."
Malakar sentì un brivido percorrergli la schiena. Non di freddo — a Dis Secunda non faceva mai freddo — ma di qualcos'altro. Qualcosa che non sapeva nominare.
"Cosa stai dicendo?"
Serah sollevò le mani. E Malakar vide.
Una luce. Pallida, bluastra, tremolante come una fiamma in un vento che non c'era. Danzava sulle dita di sua madre, avvolgeva i suoi polsi, pulsava con un ritmo che sembrava quasi— quasi un cuore che batteva.
"Ho un Frammento," disse Serah. "Un pezzo dell'Eco dei Tessitori. L'ho scoperto quando ero giovane, prima di Regula, prima di tutto. È piccolo — così piccolo che i diavoli non l'hanno mai percepito. Ma c'è."
"Tutto questo tempo— tutto questo tempo avevi—"
"Non potevo usarlo." La luce si affievolì, scomparve. Serah abbassò le mani. "Non qui. I diavoli hanno modi per rilevare la magia. Qualsiasi uso, qualsiasi manifestazione, e mi avrebbero trovata. Mi avrebbero— fatto cose." Chiuse gli occhi. "Così l'ho nascosto. L'ho seppellito così in profondità che a volte dimenticavo di averlo."
"Ma ora—"
"Ma ora non importa." Serah riaprì gli occhi, e c'era acciaio nel suo sguardo. "Domani, quando fuggiremo, userò tutto ciò che ho. Ogni briciola di potere che ho nascosto per tutti questi anni. E ti porterò fuori."
"Ci porterà fuori. Tutti e tre."
"Sì." Serah prese le mani di Malakar nelle sue. "Ma Malakar— se succede qualcosa— se devo scegliere—"
"Non sceglierai."
"Malakar—"
"Non sceglierai." Il bambino strinse le mani di sua madre così forte da far impallidire le nocche. "Siamo una famiglia. L'unica famiglia che abbiamo. E non ti lascerò morire per me. Non lo farò. Non me lo chiedere."
Il silenzio che seguì fu lungo, denso. Madre e figlio si guardarono negli occhi — dorato su dorato, il sangue di Phlegetonte che riconosceva sé stesso.
"Sei così testardo," disse Serah alla fine.
"L'hai già detto."
"Perché è vero." Sorrise, e questa volta non c'era amarezza nel sorriso. Solo amore. L'amore che aveva tenuto in vita Malakar per dodici anni di catene, l'amore che lo avrebbe tenuto in vita ancora. "Dormi, ora. Domani avremo bisogno di tutta la forza che abbiamo."
Malakar non si mosse.
"Non voglio contare i tuoi respiri," disse. La sua voce uscì più piccola di quanto avrebbe voluto. Più fragile. "Non stanotte."
Serah non disse nulla. Sollevò un braccio, invitandolo, e Malakar si rannicchiò contro di lei come quando era piccolo — più piccolo — quando il mondo era terribile ma sua madre c'era, e finché sua madre c'era nulla poteva essere veramente irreparabile.
"Allora non contarli," sussurrò Serah. "Stanotte, sogna il cielo."
E Malakar, per la prima volta da quando ricordava, obbedì.